giovedì 7 giugno 2012

Recensione: Ragazzi di vita - Pier Paolo Pasolini

Recensione: "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini

Di Manolo Trinci




Introduzione

Durante l'autunno del 1954 Pasolini lavora alacremente alla stesura del romanzo, il manoscritto definitivo è dell'aprile del 1955. La pubblicazione di Ragazzi di vita fin dal primo momento della sua venuta alla luce, ha subito un percorso tremendamente travagliato. Solo per questo motivo, l'opera pasoliniana andrebbe acquistata e letta. Le difficoltà infatti che ha dovuto superare l'intellettuale bolognese, non furono solo di carattere stilistico e linguistico, (il romanzo è in dialetto romanesco) ma anche di censura. La censura che colpì lo scrittore bolognese infatti, ci andò pesante. Pasolini sotto richiesta di Livio Garzanti (il suo editore dell'epoca) dovette "ripulire" con malavoglia completamente il romanzo, sostituendo con i puntini di sospensione le "brutte parole" e alleggerire alcuni degli episodi più scabrosi. Può sembrare un lavoro da nulla in un normale romanzo, una routine quasi, ma in un racconto che si fonda in un linguaggio ben preciso, e si narra di realtà di ragazzi di borgata, che sono provvisti di una dialettica non certo elevata e fine, ma grezza e povera di contenuti, il lavoro di ripulitura diventa davvero consistente. Il libro quando esce subisce la prima violenta censura dalla Presidenza del Consiglio nella persona dell'onorevole Antonio Segni, che lo denuncia immediatamente al procuratore della Repubblica di Milano, per contenuto pornografico. Il romanzo subì critiche da tutti i fronti, sia dagli "amici" marxisti, sia da cattolici e fascisti, ovviamente. Le prime recensioni non sono certo entusiastiche. Scrive Carlo Salinari: "Pasolini sceglie apparentemente come argomento il mondo del sottoproletariato romano, ma ha come contenuto reale del suo interesse, il gusto morboso dello sporco, dell'abietto, dello scomposto e del torbido". Il libro viene bocciato sia al Premio Strega sia al Premio Viareggio. La sua uscita però globalmente riscuote un grande successo, nonostante le censure e gli "scandali". La parola "scandalo" in quegli anni verrà sempre associata alla figura di Pasolini, che lo accompagnerà per tutta la vita, anche dopo la sua tremenda morte. Tra le pagine di questo libro si possono scorgere i primi frammenti delle opere cinematrografiche pasoliniane, come Accattone (1961), e Mamma Roma (1962). Le sue prime sceneggiature che contribuiranno a comporre i suoi capolavori cinematografici, quei visi realistici e crudi delle borgate romane, quel linguaggio poco aulico ma molto diretto ed essenziale, quelle figure quasi leggendarie, che prenderanno vita e saranno trasportate sul grande schermo.

 Ragazzi di vita

Il romanzo è composto da otto capitoli, ed alcuni di essi vengono introdotti da aforismi di scrittori autorevoli. La storia  si svolge nella Roma del sottoproletariato, degli anni cinquanta, quella porzione di Roma povera, "viva", che in realtà è parte di tutto, è Roma stessa. Il protagonista che dà inizio alla storia pasoliniana è il Riccetto, che appena ricevuta la prima comunione, si dirige al Ferrobedò (la fabbrica Ferro-Beton) dai suoi amici, per "sgraffignare" e portare a casa qualcosa. Tutto ha inizio in una Monteverde (zona di Roma) ancora presidiata dalla truppe naziste. Il romanzo si può dividere in un due parti. Il personaggio principale nella prima parte dell'opera è il Riccetto, un ragazzo scapestrato, che vive di furtarellie, giochi d'azzardo, ed altri espedienti simili. In questa storia però vedremo anche un lato del Riccetto generoso, come quando mettendo a rischio la sua stessa vita, si adopera durante un gita sul fiume Tevere, a salvare una rondinella destinata inevitabilmente ad affogare. Nella seconda parte la figura del Riccetto passa in secondo piano, lasciando spazio agli altri ragazzi di vita, che anche loro si adeguano ad una vita colma di conflitti e difficoltà. Un esempio su tutti è la vita tremenda di Alduccio, che deve lottare quotidianamente con una situazione familiare al quanto complicata: la madre è epilettica, il padre è alcolizzato, e la sorella incinta ha continue manie suicide.




L'incipit di Ragazzi di vita letto da Massimo Popolizio, 
per il programma  radiofonico
"Ad alta voce"


I PERSONAGGI
I personaggi che compongono la storia, come abbiamo visto sono molti, oltre Il Riccetto, ci sono: Marcello, Alduccio, il Caciotta, il Lenzetta, Genesio, il Begalone, il Pistoletta e tanti altri. Tutti o quasi posseggono un soprannome che rispecchia non solo le loro caratteristiche fisiche ma anche quelle caratteriali, una sorta di livrea che li differenzia tra loro. Il Riccetto come gli altri "ragazzi di vita" vivrà allo sbando, conoscerà la parte più dura e ruvida di una vita che lo ha già colpito sin dalla nascita. Un intreccio, questo, di storie e personaggi che comporranno come un mosaico la testimonianza di Pasolini sulle borgate romane. La vita dei borgatari non aveva di certo uno scopo, si viveva giornalmente di continui espedienti, di furtarelli, e i punti di riferimento come possono essere i valori di natura familiare, erano praticamente inesistenti.
La casa "era un albergo" come direbbe oggi una mamma ad un figlio che torna a casa solo per mangiare e dormire, certo un albergo ma non dei più lussuosi, chiamarle casucole è un eufemismo. Il ritorno a casa, quando c'era (perché il più delle volte il Riccetto e i suoi amici non ne facevano ritorno) era drammatico, c'erano dei continui conflitti con i familiari, che si concludevano nei casi migliori in male parole.

IL LINGUAGGIO
Il linguaggio dialettale con sfumature tra il guascone, il volgare, e la battuta fulminante (un marchio di fabbrica dei romani), che Pasolini usa nel suo racconto grazie al prezioso aiuto di Sergio Citti, consulente da sempre per i romanzi d'ambiente e linguaggio romanesco, è completamente diverso da quello odierno. L'evoluzione della lingua italiana ha mutato anche il dialetto romano, diversissimo al tempo pasoliniano, quel romanesco oggi è quasi del tutto sconosciuto ai più giovani (nonostante siano della stessa città), che usano un linguaggio più vicino alla lingua parlata, più comunicativo, semplice e diretto.

Il SENSO DELL'OPERA
Il senso dell'opera come tutte quelle che compongono l'universo pasoliniano, non è altro che: una cinica, pulita, realistica descrizione della realtà dell'epoca. Come dirà Pier Paolo Pasolini successivamente:
“Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie di coazione del destino: e poiché ciascuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare la borgata romana”.
Una realtà drammatica di persone che vivono di "impicci", sempre con le mani in pasta, ma che hanno più un volto di sopravvivenza che di violenza. Nessuno avrebbe mai paura di Riccetto o di Marcello se li incontrasse per strada: spettinati, magrissimi, affamati, sporchi e con le vesti usurate.
Nella realtà pasoliniana la borgata era molto più individuabile e riconoscibile, ora la realtà delle borgate è completamente diversa, i borgatari non soffrono la fame, non vivono nelle baracche, e neanche vengono chiamati più borgatari. Bisogna dire che a differenza degli anni cinquanta, però, non c'è più l'orgoglio di appartenere al sottoproletariato romano (o in qualsiasi altra parte si nasca), come poteva avere un ragazzo di vita dell'epoca, di essere quel che si è, e non di sembrare altro, come succede oggi con l'omologazione (denunciata già all'epoca da Pasolini), un modello ben preciso che accomuna tutti gli stati sociali, facendo delle persone e della loro unicità, una poltiglia irriconoscibile.







martedì 29 maggio 2012

Pier Paolo Pasolini: L'importanza del volto

 di Manolo Trinci



Se il cinema è Arte, Pasolini è il più grande esponente dell'arte cinematografica.
Già nel suo primo film "Accattone", del 1961, si può asserire sicuramente che Pasolini usi la macchina da presa come una tela vera e propria, incorniciando il volto umano e descrivendo in modo accurato la realtà. Come disse Alberto Moravia in un'intervista rilasciata a "Comizi d'amore", Pasolini portava sullo schermo il cinema verità, una trasposizione che però non fu mai apprezzata dal "grande pubblico". Infatti il regista non ebbe mai vita facile, appena un suo film veniva portato nelle sale cinematografiche, era oggetto di critica, veniva puntualmente contestato, in modi aspri e violenti. Famosa alle cronache, la contestazione che "Accattone" subì alla prima al cinema Barberini, dove si presentarono dei neofascisti che lanciarono bottiglie d'inchiostro, fiale puzzolenti, bombe carta e ortaggi, tra cui i finocchi vergognosamente allusivi all'omosessualità.



  Un fermo immagine tratto dal film "Accattone" del 1961


Scrive Bernardo Bertolucci nella introduzione di "Pasolini per il cinema" - i due volumi dei Meridiani (2001) in cui sono raccolte tutte le sceneggiature dei film realizzati e anche i progetti non attuati o scritti per altri registi da Pasolini - "[...] mi aspettavo di tutto, ma non di assistere alla nascita del cinema [...] Inchiodava la macchina da presa davanti alle facce, ai corpi, alle baracche, ai cani randagi nella luce di un sole che a me sembrava malato e a lui ricordava i fondi oro: ogni inquadratura era costruita frontalmente e finiva per diventare un piccolo tabernacolo della gloria sottoproletaria [...]".
Bertolucci all'epoca era un giovane inesperto, che abbandonò gli studi per entrare nel mondo della settima arte. Ebbe l'onore di fare da assistente a Pier Paolo Pasolini (all'epoca suo vicino di casa), nel suo film d'esordio.





Franco Citti nel ruolo di Vittorio Cataldi, detto Accattone
 

Questa "tecnica" e cruccio dell'intellettuale, che Bertolucci ricorda nei Meridiani, è una sorta di visione ultraterrena e rispettosa delle borgate, un contesto fuori dal mondo dove lo scrittore ha "divinizzato" i volti dei "Ragazzi di Vita", dei suoi "attori", rendendoli quasi Sacri. Attori-interpreti di una realtà quotidiana che si ripeteva anche a "telecamere spente". Questa è la potenza dei film di Pasolini: ricostruire ma non troppo, entrare con la telecamera senza intralciare, senza invadere il normale andamento della vita di borgata, in questo caso. I volti dalle inquadrature simili a vere e proprie opere, i volti  che dovrebbero essere vissuti ed interpretati ad ogni inquadratura premendo il tasto "pause" del telecomando, per godersi appieno il dramma di questi personaggi. 
Il film è tutto là, racchiuso in ogni volto: non vi è bisogno di una storia che abbia un senso logico e cronologico. Il sottoprelatariato delle borgate romane era così, si viveva alla giornata, si sopravviveva, non c'era differenza tra il giorno e la notte, e in casa a volte neanche si tornava. Si derubavano ciechi e clochard pur di "tirare a campare", e si moriva facilmente, come spiegherà benissimo lo scrittore bolognese nei suoi romanzi.
Registi che amano le inquadrature di quel livello ce ne sono pochi, si può fare un parallelo con il regista
coreano Kim Ki-duk, un pittore e regista che in una sua opera, "Ferro 3" del 2005, non fa parlare gli attori per tutta la durata del film, tranne in piccolissime scene, lasciando spazio ad inquadrature e primi piani molto espressivi, quest'ultimo però, può disporre di attrezzature e tecnologie che all'epoca non c'erano, anche questo amplifica la grandezza di Pier Paolo Pasolini.

Questa sorta di idealizzazione, questa visione informale e divina di Pasolini ci viene confermata dalle parole di Bertolucci, il sole che faceva da sfondo a queste figure leggendarie, che ricordano le opere del miglior Klimt, e le iconografie cristiane che rappresentano il Cristo. Possiamo riconoscere nella figura di Accattone (Franco Citti) una sorta di martire e Re delle borgate romane, che cerca di "sbarcare il lunario" come può, facendo prostituire le "sue donne".






Silvana Corsini nel ruolo di Maddalena






Adele Cambria nel ruolo di Nannina


Questa ricerca e tecnica che si sofferma al volto umano conferendogli  una grande importanza  è nota con il nome di fisiognomica, una disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto umano. Il volto come "stato d'animo", ebbe un ruolo fondamentale nell'arte, per descrivere un atto o il carattere di un determinato personaggio rappresentato.



Leonardo Da Vinci, "Testa di uomo urlante" 1500-1505, 
Szépművészeti Múzeum, Budapest


"Farai delle figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo: 
altrimenti la tua arte non sarà laudabile." - Leonardo da Vinci -

sabato 5 maggio 2012

Recensione film: "Pasolini Prossimo nostro" di Giuseppe Bertolucci



 Recensione del film: "Pasolini Prossimo nostro" (2006)
di Giuseppe Bertolucci

di Manolo Trinci
 
Pier Paolo Pasolini in un fermo immagine tratto dal film "Pasolini prossimo nostro"
di Giuseppe Bertolucci

 
In questo film-intervista il regista parmense Giuseppe Bertolucci ci mostra un Pasolini tranquillo, deciso, che descrive lucidamente il mutamento della società e dell'essere umano attraverso il dietro le quinte di "Salò o le 120 giornate di Sodoma" del 1975, scritto (inizialmente con la collaborazione di Sergio Citti, che successivamente abbandonò il progetto) e diretto da Pier Paolo Pasolini. In "Pasolini prossimo nostro" del 2006, si può scorgere l'intellettuale in tutta la sua passione e professionalità, che si lascia seguire e riprendere dalla troupe capeggiata dal giornalista Gideon Bachmann, che lo intervisterà per tutto lo speciale. Salò è un film come dirà più volte Giuseppe Bertolucci, che ancora oggi, - nonostante l'era del consumismo galoppante, della pornografia "free" di internet, della libertà fittizia, della tv spazzatura dove la donna è relegata al ruolo di "grechina"- sarebbe inconcepibile, sia solo lontanamente pensarlo che soprattutto produrlo. Ecco, inconcepibile è un aggettivo che rispecchia perfettamente l'ultima opera postuma di Pier Paolo Pasolini (morì prima che il montaggio del film fosse ultimato). Come lo stesso Pasolini ammise, Salò, oltre ad essere parzialmente ispirato al romanzo del marchese Donatien Alphonse François De Sade, "Le centoventi giornate di Sodoma", appunto, sono molte ed evidenti le citazioni e i riferimenti alla "Divina Commedia". Il film, infatti, ha una struttura che richiama l'inferno dantesco, con un "anti inferno" e tre gironi: quello delle Manie, quello della Merda e quello del Sangue. Il senso di questo film senza troppi giri di parole viene esternato chiaramente dall'intellettuale nell'intervista a Bachmann:

"Il reale senso del sesso nel mio film è quello che dicevo, cioè una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. Tutto il sesso di De Sade, cioè il sadomasochismo di De Sade, ha dunque una funzione ben specifica, ben chiara. Cioè quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano alla cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l'annullamento della personalità degli altri, dell'altro. E quindi un film non soltanto sul potere, ma su quello che io chiamo "l'anarchia del potere", perché nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. Ma oltre che un film sull'anarchia del potere, questo vuole essere un film sull'inesistenza della storia. Cioè la storia così come vista dalla cultura eurocentrica, il razionalismo e l'empirismo occidentale da una parte, il marxismo dall'altra, nel film vuole essere dimostrato come inesistente... beh! Non direi per i nostri giorni, lo prendo come metafora del rapporto del potere con chi è subordinato al potere, e quindi vale in realtà per tutti. Evidentemente la spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi.
È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti".



Una drammatica, reale, lucida descrizione della fine della diversità e unicità dell'individuo. Ciò che diversificava un individuo da un altro era la professione, il luogo di nascita, il modo di vestirsi e di comunicare. Tutto ciò praticamente non esiste più, riconoscere un operaio da un medico oggi, visivamente, è quantomeno impossibile. L'ideologia "partitica" del drappo che lascia il posto alla "bandiera del vestito" come la definirà Pasolini, l'ideologia del consumo, o di un certo tipo di prodotto, fieramente esternato.



Audio tratto dal documentario di Lorella Zanardo,"Il corpo delle donne"

Una trasposizione quindi, sul grande schermo dell'anarchia del potere, che manipola i corpi, che rende l'individuo un corpo inerme sotto i dettami del potere, che lo spinge a consumare formaggini e brodi, definiti nel film di Bertolucci dal poeta bolognese, della vera e propria merda. "Pasolini prossimo nostro" mostra un intellettuale nonostante le forti censure, polemiche e attacchi subiti quotidianamente, tranquillo e concentrato nel suo lavoro, con la sua voce inconfondibile, calma e soave, che dirige una troupe che opera in modo serio e meticoloso sotto la sua supervisione. E' interessante scoprire come l'avvenirista intellettuale tocchi argomenti attualissimi oggi, non solo quelli legati all'omologazione e al consumismo, ma anche quelli legati alla coppia eterosessuale unica e sola accettata socialemente. La coppia monogamica eterosessuale, costruita dalla società dei consumi, in modo tale da farla anch'essa consumare, di creare dei prodotti per la coppia unica, obbligatoria e limitante. In Salò lo scrittore non cercava la spontaneità e la genuinità che i volti dei "Ragazzi di vita" gli garantivano, e che gli hanno garantito in passato fantastici risultati (vedi "Accattone"), ma dei professionisti nel senso puro del termine. Per questo la scelta cadde su attori di spessore come Paolo Bonacelli. "Salò o le 120 giornate di Sodoma" è un film maledetto oltre che inconcepibile. Il film subì devastanti contestazioni e censure in ogni dove. Dopo qualche settimana dalla sua uscita in Italia, fu sequestrato dal Procuratore della Repubblica di Milano, che aprì un procedimento penale contro il produttore Alberto Grimaldi. Durante la lavorazione di quest'opera furono rubate addirittura le bobine del film, un gesto atto a sabotare, a nascondere, a far tacere... gesto tutt'ora irrisolto, e che forse costò la vita al poeta. Pasolini ne aveva tanti di nemici, anche tra i suoi "colleghi" intellettuali, quindi non è semplice riconoscere "la mano" di questo ignobile gesto. Questo film è tuttora inedito nelle televisioni "in chiaro", solo una tv a pagamento, la scomparsa Stream, ebbe il "coraggio" di mandarlo in onda nel lontano, ormai, 2 novembre 2000 per i 25 anni della morte dello scrittore. L'opera pasoliniana ispirata al romanzo di De Sade, non è rivolta a tutti, perché non verrebbe capita, soprattutto da una mente semplice che concepisce il cinema non come Arte, ma come semplice passatempo, da storia romanzata con un bel lieto fine infiocchettato.



 Il film completo "Pasolini prossimo nostro" di Giuseppe Bertolucci

giovedì 26 aprile 2012

Audiolettura - Paolo Braccini - Lettera di un partigiano




Fabio Volo legge una bellissima lettera che un partigiano Paolo Braccini (Verdi), condannato a morte, scrisse alla figlia.

Gianna, mia figlia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e
scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere
in te. Sarò fucilato all'alba, per un ideale, per una fede che tu, figlia mia,
un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non
ho mai pianto io: il tuo babbo non morrà mai. Egli ti guaderà, ti proteggerà
egualmente: ti vorrà sempre tutto l'infinito bene cheti vuole ora e che ti ha
sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua madre. So
di non morire, anche perché la tua mamma sarà per anche il tuo babbo,
quel tuo babbo al quale vuoi tanto ben, quel tuo babbo che
vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa. Riversa su tua
madre tutto il bene che vuoi a lui; ella ti vorrà anche tutto il mio bene , ti
curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze.
Sapessi quante cose vorrei dirti, ma mentre scrivo
il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere
felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta
in volta, colla bocca di tua madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera,
quando lascerà il mio cuore. Tua madre resti per te sempre al di sopra di
tutto. Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo padre.


Ti benedico


Tuo babbo.

martedì 20 marzo 2012

L'innaturalità della monogamia, il possesso che porta alla violenza


 L'innaturalità della monogamia, il possesso che porta alla violenza

In questi giorni nei telegiornali di tutte le reti, traboccano servizi riguardanti la violenza di coppia. Fior fiore di criminologi, sociologi e psicologi, occupano i divani di tutte le trasmissioni tv, pagati profumatamente, per dire cose che non portano a nulla, parlando del caso specifico solamente, senza guardare la totalità della cosa, guardando il dito e non la luna, insomma. Nessuno dice - forse hanno soltanto timore di dire -, per non andare contro le tradizioni, ma soprattutto per non mettere in discussione la loro vita coniugale monogamica, che il possesso, la violenza, come gli stalker, nascono perché in questa società (mi limito al suolo italico) non esiste la cultura dell'amore, ma solo il possesso dell'altra persona. Qualsiasi cosa creata dall'uomo: dalla casa, al cibo, ai vestiti, per finire all'amore, invenzione culturale dell'uomo, (maschera dell'istinto sessuale come affermava Arthur Schopenhaur, nei suoi scritti) difetta sempre di qualcosa, non è mai perfetta. La monogamia monolocale, come la convivenza, il matrimonio e l'amore esclusivo, sono invenzioni dell'uomo, quindi sono imperfette e creano patologie, disagi e tensioni, inevitabilmente. Basti guardare le statistiche, avvengono più omicidi in famiglia, che per mano della mafia. Perché l'amore monolocale esclusivo, è un contesto innaturale, visto che la monogamia eccetto qualche rarità, in Natura NON esiste. Finché le persone si chiuderanno nell'amore esclusivo, nelle violenze, e nei possessi di ogni genere, come la convivenza e il matrimonio (vere e proprie gabbie), le violenze non cesseranno, e lo scotto lo pagheranno sempre le donne, purtroppo, visto che fisicamente sono il sesso debole. Bisognerebbe far cessare queste tradizioni, che ormai nel 2012 non portano a nulla, anzi creano problemi e disagi negli esseri umani. L'amore libero è l'unica soluzione, e non deve essere per forza finalizzato nell'atto sessuale del libertinaggio più becero, può essere anche un'amore mentale, dialettale, intellettuale o epistolare, l'importante è che ci sia. Ogni essere umano dovrebbe avere un territorio smisurato di affetti,  tanti amori e tante amicizie, questa è la cura, l'unica Cura.
La libertà e l'amore vanno a braccetto, nessuno appartiene a nessun altro se non a se stesso. Ricordiamocelo sempre.

venerdì 10 febbraio 2012

Bertolt Brecht - Ci sono uomini che lottano


"Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili."

(da In morte di Lenin)

giovedì 9 febbraio 2012

Ian McEwan - Tutte le grandi religioni

"Secondo me, tutte le grandi religioni nascono da singoli individui che si sono ritrovati in contatto con una realtà spirituale e che si sono sforzati in seguito per mantenere vivo quel sapere. Quasi tutto si perde in dogmi, cerimoniali e gerarchie. Le religioni sono fatte così. Ma alla fine ha ben poca importanza l'esposizione del concetto se si è afferrata la verità essenziale, e cioè che dentro ognuno di noi ci sono risorse infinite, il potenziale per una condizione dell'essere superiore, un fondo di bontà."
- Ian McEwan -