sabato 28 luglio 2012

Umberto Galimberti: I divoratori di psicofarmaci

Umberto Galimberti: I divoratori di psicofarmaci
Tratto da “la Repubblica”, 3 marzo 2003

Se il 53 per cento degli italiani soffre di disagio psichico per lo più a sfondo depressivo (34 per cento), se il 32 per cento assume psicofarmaci il cui consumo è aumentato del 60 per cento negli ultimi quattro anni, allora vuol dire che la società italiana sta molto male, al di là della rappresentazione gaia e felice che di essa ne fanno la pubblicità e la nostra spensierata televisione nei suoi programmi di intrattenimento.
Ma qual è l´origine del male? Già Freud nell´ultimo anno della sua vita scriveva che: "Per il primitivo è facile essere sano, mentre per l´uomo civilizzato è un compito difficile", ma attribuiva la difficoltà all´eccesso di regole che governano le società civili, e quindi iscriveva la depressione nel novero delle nevrosi, dove si registra il conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto di colpevolezza. Oggi, per effetto dell´americanizzazione della nostra cultura, le norme limitative non esistono più, per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel possibile e nel consentito.
Per effetto di questo slittamento oggi la depressione non si presenta più come un "conflitto", e quindi come una "nevrosi", ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell´impossibile. E quando l´orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: "Ho il diritto di compiere questa azione?", ma "sono in grado di compiere questa azione?".
Quel che è saltato nella nostra attuale società per l´influsso della cultura americana è il concetto di "limite". E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con l´immagine che la società richiede a ciascuno di noi. Di qui l´ingente richiesta dei nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l´insonnia e l´ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l´inibizione all´azione, il senso di fallimento e di scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi.
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga. Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il "tutto è possibile" e il "tutto è permesso". Essi radicalizzano la figura dell´individuo sovrano, e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l´individuo si assegna.
Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato delle industrie farmaceutiche contro la depressione alimentano l´immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati dalla nostra cultura influenzata dal modello americano, accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali.
Ma a questo punto il rimedio farmacologico al blocco della depressione è peggiore del male, perché, mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società a cui fanno più comodo - e non è scoperta di oggi - robot de-emozionalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita, e sulla fatica di vivere.

giovedì 26 luglio 2012

Alicia Martín: L'installazione con i libri

Alicia Martín: L'installazione con i libri


La passione per la lettura non colpisce tutti, si sa, ma quando fa breccia questo amore è eterno e immortale.
Con i libri ci si può fare di tutto, oltre a leggerli ed amarli (l'uso più comune), si possono collezionare, prestare, e regalare ad una persona cara con tanto di dedica nella prima o nell'ultima pagina. Certo, si può fare davvero di tutto con un libro, ad esempio anche una mega "cascata" di carta, che dalla facciata di un'abitazione comune scende e si rovescia nella strade e nel "via vai" cittadino. Sembra pazzesco lo so, un uso insolito e grottesco penserete, particolare per un oggetto come il libro, più che una pazzia è una vera e propria vocazione, questa, una sorta di comunicazione non verbale da parte dell'artista Alicia Martín.

 
                                L'artista Alicia Martín all'interno di una sua installazione

L'artista spagnola Alicia Martín, classe 1964, possiede una passione talmente smodata per i libri (quelli cartacei) e per la lettura, tanto da creare con essi delle sculture imponenti. L'artista madrilena crea installazioni usando libri, migliaia di libri, che applicandoli intorno ad una armatura o scheletro danno vita ad una magistrale "cascata cartacea", che partendo da una finestra o dalla facciata di un palazzo, si riversa in strada in tutta la sua "abbondanza culturale", catturando inevitabilmente l'attenzione di passanti e curiosi. Le location scelte da parte dell'artista spagnola sono le più variegate: parchi, palazzi d'epoca, palazzi comuni e marciapiedi. Il numero dei libri cambia a seconda delle installazione, per quella di Cordoba, ad esempio, che potete ammirare nell'immagine sottostante, sono stati utilizzati 5000 volumi.

                                “Biographies” (Cordoba) 2010 by Alicia Martin

Un effetto ottico che riempie decisamente gli occhi a chi si trova casualmente nei paragi, un effetto reso ancora più straordinario con l'aiuto del vendo, che rende il tutto vivo e dinamico, conferendo alla scultura e nello specifico ai libri, leggiadria a grazia.





In questo video potete ammirare 
la scultura "viva" di Alicia Martín



martedì 24 luglio 2012

Umberto Galimberti: Il tradimento perfetto

Umberto Galimberti: Il tradimento perfetto 
Tratto da "D - La Repubblica delle Donne", 22 maggio 2004


Umberto Galimberti


Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità e soprattutto che non debba essere giudicato da figli adulti che, nel condannarlo, pensano di più alla loro quiete perduta che al percorso anche drammatico in cui chiunque di noi, a un certo punto della sua vita, può venirsi a trovare. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un'idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un'appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: "Non sono come tu mi vuoi". C'è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all'interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra. Eppure senza questo profilo d'ombra, quella che puerilmente chiamano "fedeltà" è l'incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero "addio". E in ogni addio c'è lo stigma del tradimento e insieme dell'emancipazione. C'è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l'una all'altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l'un l'altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per "amore". Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall'altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell'altro. Tradendolo l'altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati. 

venerdì 20 luglio 2012

Classifica dei libri più venduti in Italia dal 9 al 15 luglio

CLASSIFICA GENERALE

1  Cinquanta sfumature di grigio - E.L. James (Mondadori)
2  Cinquanta sfumature di nero - E.L. James (Mondadori)
3  Cinquanta sfumature di rosso - E.L. James (Mondadori)
4  Una lama di luce - Andrea Camilleri (Sellerio)
5  Fai bei sogni - Massimo Gramellini (Longanesi)
6  Lo spettro - Jo Nesbo (Einaudi)
7  Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi - Alessandro Piperno (Mondadori)
8  I love Tiffany - Marjorie Hart (Newton Compton)
9  Io sono il Libanese - Giancarlo De Cataldo (Einaudi)
10 Se ti abbraccio non avere paura - Fulvio Ervas (Marcos y Marcos)






CLASSIFICA NARRATIVA ITALIANA

 1  Una lama di luce - Andrea Camilleri (Sellerio)
 2  Fai bei sogni - Massimo Gramellini (Longanesi)
 3  Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi - Alessandro Piperno (Mondadori)
 4  Io sono il Libanese - Giancarlo De Cataldo (Einaudi)
 5  Se ti abbraccio non avere paura - Fulvio Ervas (Marcos y Marcos)
 6  Il momento è delicato - Niccolò Ammaniti (Einaudi)
 7  La casa dei sette ponti - Mauro Corona (Feltrinelli)
 8  Leonié - Sveva Casati Modignani (Sperling & Kupfer)
 9  Il silenzio dell'onda - Gianrico Carofiglio (Rizzoli)
10 L'incontro - Michela Murgia (Einaudi)




                                                                                                                              

CLASSIFICA NARRATIVA STRANIERA 

1  Cinquanta sfumature di grigio - E.L. James (Mondadori)
2  Cinquanta sfumature di nero - E.L. James (Mondadori)
3  Cinquanta sfumature di rosso - E.L. James (Mondadori)
4  Lo spettro - Jo Nesbo (Einaudi)
5  I love Tiffany - Marjorie Hart (Newton Compton)
6  Rapture - Lauren Kate (Rizzoli)
7  L'ultimo giorno - Glenn Cooper (Nord)
8  Innamorarsi a New York - Melissa Hill (Newton Compton)
9  I complici - Georges Simenon (Adelphi)
10 La luce sugli oceani - M.L. Stedman (Garzanti) 





mercoledì 18 luglio 2012

Né con te, né senza di te di Umberto Galimberti

Né con te, né senza di te

 di Umberto Galimberti



Nel Disagio della civiltà Freud scrive:

"Umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po’ di sicurezza"

Qual è Il senso? Mi aiuti a capire, se possibile. Qual è Il senso della coppia? Che cosa significa Innamorarsi? Esiste l'amore, oppure è un nume che si attribuisce a una serie di stati d'animo e di proiezioni? Solitudine, passione, Incomprensione, Indifferenza, sessualità, erotismo ... ? E li matrimonio? Esistono dei matrimoni riusciti, cioè nel rispetto di se stessi e dei proprio coniuge? Reali In ogni Istante e non nel ricordo di una condivisione passata o di una idealizzazione dei presente o, ancor peggio, allenati dalla routine e assopiti dalle responsabilità sociali (lavoro, figli, ruoli coniugali ... )? Guardandomi Intorno, osservando le relazioni sentimentali di amici e conoscenti, e sulla base di esperienze personali, mi sembra di poter constatare che una relazione è più o meno duratura nella misura In cui ci si alterna a 'rincorrerei uno o l'altro membro della coppia. Fino a quando uno dei due sfugge e 'tradisce' l'altro, dedicandosi a proprie passioni e progetti, la coppia ha una speranza di vita. La relazione vive nell'alternanza di tradimento e ritorno all'altro. Ma se al ritorno si è irriconoscibili? Come disse Nietzsche "i diversi mari e zone di sole ci hanno mutati'. E allora: la promessa di fedeltà eterna su cui si basa Il matrimonio cristiano, che valore ha se l'uomo, per essere degno a se stesso, deve navigare mari lontani e sempre diversi? La mia razionalità mi dice che ogni esperienza mi rende diversa e la mia diversità spesso richiede compagni di viaggio differenti, ma il mio cuore è costantemente straziato dal lutti di cui devo soffrire. è possibile conciliarli? E soprattutto è possibile godere pienamente di un amore pur sapendo che nel momento In cui nasce si avvia Inesorabilmente alla sua morte? Dov'è l'errore di fondo nelle relazioni che Instauriamo se per farle vivere pienamente abbiamo bisogno di considerarle interminabili? Mi scuso per la quantità dì domando che le rivolgo ma la lotta tra ragione e sentimento è così lacerante che mi rendo debole e confusa. Se può Indirizzare su questi quesiti una luce di verità, che gli attribuisca un significato, mi aiuterebbe a trovare un senso laddove Il senso, mi pare dì constatare, non esiste.

Emanuela - Genova


                                                                   Umberto Galimberti


Il problema che lei solleva non è, come potrebbe sembrare, un problema da adolescenti, ma un problema molto serio: si tratta niente di meno che della dialettica lo/Noi, perché ogni volta che siamo in relazione con l'altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell'altro. Vogliamo essere con l'altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell'esserci e non-esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perché l'amore è una relazione, non una fusione. Se infatti non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremmo incontrare l'altro e metterci in relazione, ma non avremmo neppure nulla da raccontare all'altro fuso simbioticamente con noi. Quando lei o lui iniziano un viaggio fuori dal "NOI" e che prescinde dal "NOI" solo per i precetti religiosi, tradiscono, in realtà salvano la loro individualità dall’abbraccio mortale del "Noi" che non emancipa, non consente né arricchimenti, e neppure parole da scambiare che non siano già dette o già sapute prima che siano pronunciate. Tutto questo per dire che l'amore non è possesso, perché il possesso non tende al "bene dell’altro" né alla lealtà verso l'altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di sé, la sacrifica in cambio di sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate. Amore è cosa difficile, perché sempre ci si confonde e non ci si chiarisce se si ama l'altro o si ama la relazione, sé sì soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità. ma non i suoi costi, e in alternativa si vuole la sicurezza, ma non la sua noia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di sé, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di sé. Una cosa però è certa che nella relazione, nel "NOI" non ci si può seppellire come in una tomba, ogni tanto bisogna uscire se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui Solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi. Gli altri se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, sbagliando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore.

giovedì 7 giugno 2012

Recensione: Ragazzi di vita - Pier Paolo Pasolini

Recensione: "Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini

Di Manolo Trinci




Introduzione

Durante l'autunno del 1954 Pasolini lavora alacremente alla stesura del romanzo, il manoscritto definitivo è dell'aprile del 1955. La pubblicazione di Ragazzi di vita fin dal primo momento della sua venuta alla luce, ha subito un percorso tremendamente travagliato. Solo per questo motivo, l'opera pasoliniana andrebbe acquistata e letta. Le difficoltà infatti che ha dovuto superare l'intellettuale bolognese, non furono solo di carattere stilistico e linguistico, (il romanzo è in dialetto romanesco) ma anche di censura. La censura che colpì lo scrittore bolognese infatti, ci andò pesante. Pasolini sotto richiesta di Livio Garzanti (il suo editore dell'epoca) dovette "ripulire" con malavoglia completamente il romanzo, sostituendo con i puntini di sospensione le "brutte parole" e alleggerire alcuni degli episodi più scabrosi. Può sembrare un lavoro da nulla in un normale romanzo, una routine quasi, ma in un racconto che si fonda in un linguaggio ben preciso, e si narra di realtà di ragazzi di borgata, che sono provvisti di una dialettica non certo elevata e fine, ma grezza e povera di contenuti, il lavoro di ripulitura diventa davvero consistente. Il libro quando esce subisce la prima violenta censura dalla Presidenza del Consiglio nella persona dell'onorevole Antonio Segni, che lo denuncia immediatamente al procuratore della Repubblica di Milano, per contenuto pornografico. Il romanzo subì critiche da tutti i fronti, sia dagli "amici" marxisti, sia da cattolici e fascisti, ovviamente. Le prime recensioni non sono certo entusiastiche. Scrive Carlo Salinari: "Pasolini sceglie apparentemente come argomento il mondo del sottoproletariato romano, ma ha come contenuto reale del suo interesse, il gusto morboso dello sporco, dell'abietto, dello scomposto e del torbido". Il libro viene bocciato sia al Premio Strega sia al Premio Viareggio. La sua uscita però globalmente riscuote un grande successo, nonostante le censure e gli "scandali". La parola "scandalo" in quegli anni verrà sempre associata alla figura di Pasolini, che lo accompagnerà per tutta la vita, anche dopo la sua tremenda morte. Tra le pagine di questo libro si possono scorgere i primi frammenti delle opere cinematrografiche pasoliniane, come Accattone (1961), e Mamma Roma (1962). Le sue prime sceneggiature che contribuiranno a comporre i suoi capolavori cinematografici, quei visi realistici e crudi delle borgate romane, quel linguaggio poco aulico ma molto diretto ed essenziale, quelle figure quasi leggendarie, che prenderanno vita e saranno trasportate sul grande schermo.

 Ragazzi di vita

Il romanzo è composto da otto capitoli, ed alcuni di essi vengono introdotti da aforismi di scrittori autorevoli. La storia  si svolge nella Roma del sottoproletariato, degli anni cinquanta, quella porzione di Roma povera, "viva", che in realtà è parte di tutto, è Roma stessa. Il protagonista che dà inizio alla storia pasoliniana è il Riccetto, che appena ricevuta la prima comunione, si dirige al Ferrobedò (la fabbrica Ferro-Beton) dai suoi amici, per "sgraffignare" e portare a casa qualcosa. Tutto ha inizio in una Monteverde (zona di Roma) ancora presidiata dalla truppe naziste. Il romanzo si può dividere in un due parti. Il personaggio principale nella prima parte dell'opera è il Riccetto, un ragazzo scapestrato, che vive di furtarellie, giochi d'azzardo, ed altri espedienti simili. In questa storia però vedremo anche un lato del Riccetto generoso, come quando mettendo a rischio la sua stessa vita, si adopera durante un gita sul fiume Tevere, a salvare una rondinella destinata inevitabilmente ad affogare. Nella seconda parte la figura del Riccetto passa in secondo piano, lasciando spazio agli altri ragazzi di vita, che anche loro si adeguano ad una vita colma di conflitti e difficoltà. Un esempio su tutti è la vita tremenda di Alduccio, che deve lottare quotidianamente con una situazione familiare al quanto complicata: la madre è epilettica, il padre è alcolizzato, e la sorella incinta ha continue manie suicide.




L'incipit di Ragazzi di vita letto da Massimo Popolizio, 
per il programma  radiofonico
"Ad alta voce"


I PERSONAGGI
I personaggi che compongono la storia, come abbiamo visto sono molti, oltre Il Riccetto, ci sono: Marcello, Alduccio, il Caciotta, il Lenzetta, Genesio, il Begalone, il Pistoletta e tanti altri. Tutti o quasi posseggono un soprannome che rispecchia non solo le loro caratteristiche fisiche ma anche quelle caratteriali, una sorta di livrea che li differenzia tra loro. Il Riccetto come gli altri "ragazzi di vita" vivrà allo sbando, conoscerà la parte più dura e ruvida di una vita che lo ha già colpito sin dalla nascita. Un intreccio, questo, di storie e personaggi che comporranno come un mosaico la testimonianza di Pasolini sulle borgate romane. La vita dei borgatari non aveva di certo uno scopo, si viveva giornalmente di continui espedienti, di furtarelli, e i punti di riferimento come possono essere i valori di natura familiare, erano praticamente inesistenti.
La casa "era un albergo" come direbbe oggi una mamma ad un figlio che torna a casa solo per mangiare e dormire, certo un albergo ma non dei più lussuosi, chiamarle casucole è un eufemismo. Il ritorno a casa, quando c'era (perché il più delle volte il Riccetto e i suoi amici non ne facevano ritorno) era drammatico, c'erano dei continui conflitti con i familiari, che si concludevano nei casi migliori in male parole.

IL LINGUAGGIO
Il linguaggio dialettale con sfumature tra il guascone, il volgare, e la battuta fulminante (un marchio di fabbrica dei romani), che Pasolini usa nel suo racconto grazie al prezioso aiuto di Sergio Citti, consulente da sempre per i romanzi d'ambiente e linguaggio romanesco, è completamente diverso da quello odierno. L'evoluzione della lingua italiana ha mutato anche il dialetto romano, diversissimo al tempo pasoliniano, quel romanesco oggi è quasi del tutto sconosciuto ai più giovani (nonostante siano della stessa città), che usano un linguaggio più vicino alla lingua parlata, più comunicativo, semplice e diretto.

Il SENSO DELL'OPERA
Il senso dell'opera come tutte quelle che compongono l'universo pasoliniano, non è altro che: una cinica, pulita, realistica descrizione della realtà dell'epoca. Come dirà Pier Paolo Pasolini successivamente:
“Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie di coazione del destino: e poiché ciascuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare la borgata romana”.
Una realtà drammatica di persone che vivono di "impicci", sempre con le mani in pasta, ma che hanno più un volto di sopravvivenza che di violenza. Nessuno avrebbe mai paura di Riccetto o di Marcello se li incontrasse per strada: spettinati, magrissimi, affamati, sporchi e con le vesti usurate.
Nella realtà pasoliniana la borgata era molto più individuabile e riconoscibile, ora la realtà delle borgate è completamente diversa, i borgatari non soffrono la fame, non vivono nelle baracche, e neanche vengono chiamati più borgatari. Bisogna dire che a differenza degli anni cinquanta, però, non c'è più l'orgoglio di appartenere al sottoproletariato romano (o in qualsiasi altra parte si nasca), come poteva avere un ragazzo di vita dell'epoca, di essere quel che si è, e non di sembrare altro, come succede oggi con l'omologazione (denunciata già all'epoca da Pasolini), un modello ben preciso che accomuna tutti gli stati sociali, facendo delle persone e della loro unicità, una poltiglia irriconoscibile.







martedì 29 maggio 2012

Pier Paolo Pasolini: L'importanza del volto

 di Manolo Trinci



Se il cinema è Arte, Pasolini è il più grande esponente dell'arte cinematografica.
Già nel suo primo film "Accattone", del 1961, si può asserire sicuramente che Pasolini usi la macchina da presa come una tela vera e propria, incorniciando il volto umano e descrivendo in modo accurato la realtà. Come disse Alberto Moravia in un'intervista rilasciata a "Comizi d'amore", Pasolini portava sullo schermo il cinema verità, una trasposizione che però non fu mai apprezzata dal "grande pubblico". Infatti il regista non ebbe mai vita facile, appena un suo film veniva portato nelle sale cinematografiche, era oggetto di critica, veniva puntualmente contestato, in modi aspri e violenti. Famosa alle cronache, la contestazione che "Accattone" subì alla prima al cinema Barberini, dove si presentarono dei neofascisti che lanciarono bottiglie d'inchiostro, fiale puzzolenti, bombe carta e ortaggi, tra cui i finocchi vergognosamente allusivi all'omosessualità.



  Un fermo immagine tratto dal film "Accattone" del 1961


Scrive Bernardo Bertolucci nella introduzione di "Pasolini per il cinema" - i due volumi dei Meridiani (2001) in cui sono raccolte tutte le sceneggiature dei film realizzati e anche i progetti non attuati o scritti per altri registi da Pasolini - "[...] mi aspettavo di tutto, ma non di assistere alla nascita del cinema [...] Inchiodava la macchina da presa davanti alle facce, ai corpi, alle baracche, ai cani randagi nella luce di un sole che a me sembrava malato e a lui ricordava i fondi oro: ogni inquadratura era costruita frontalmente e finiva per diventare un piccolo tabernacolo della gloria sottoproletaria [...]".
Bertolucci all'epoca era un giovane inesperto, che abbandonò gli studi per entrare nel mondo della settima arte. Ebbe l'onore di fare da assistente a Pier Paolo Pasolini (all'epoca suo vicino di casa), nel suo film d'esordio.





Franco Citti nel ruolo di Vittorio Cataldi, detto Accattone
 

Questa "tecnica" e cruccio dell'intellettuale, che Bertolucci ricorda nei Meridiani, è una sorta di visione ultraterrena e rispettosa delle borgate, un contesto fuori dal mondo dove lo scrittore ha "divinizzato" i volti dei "Ragazzi di Vita", dei suoi "attori", rendendoli quasi Sacri. Attori-interpreti di una realtà quotidiana che si ripeteva anche a "telecamere spente". Questa è la potenza dei film di Pasolini: ricostruire ma non troppo, entrare con la telecamera senza intralciare, senza invadere il normale andamento della vita di borgata, in questo caso. I volti dalle inquadrature simili a vere e proprie opere, i volti  che dovrebbero essere vissuti ed interpretati ad ogni inquadratura premendo il tasto "pause" del telecomando, per godersi appieno il dramma di questi personaggi. 
Il film è tutto là, racchiuso in ogni volto: non vi è bisogno di una storia che abbia un senso logico e cronologico. Il sottoprelatariato delle borgate romane era così, si viveva alla giornata, si sopravviveva, non c'era differenza tra il giorno e la notte, e in casa a volte neanche si tornava. Si derubavano ciechi e clochard pur di "tirare a campare", e si moriva facilmente, come spiegherà benissimo lo scrittore bolognese nei suoi romanzi.
Registi che amano le inquadrature di quel livello ce ne sono pochi, si può fare un parallelo con il regista
coreano Kim Ki-duk, un pittore e regista che in una sua opera, "Ferro 3" del 2005, non fa parlare gli attori per tutta la durata del film, tranne in piccolissime scene, lasciando spazio ad inquadrature e primi piani molto espressivi, quest'ultimo però, può disporre di attrezzature e tecnologie che all'epoca non c'erano, anche questo amplifica la grandezza di Pier Paolo Pasolini.

Questa sorta di idealizzazione, questa visione informale e divina di Pasolini ci viene confermata dalle parole di Bertolucci, il sole che faceva da sfondo a queste figure leggendarie, che ricordano le opere del miglior Klimt, e le iconografie cristiane che rappresentano il Cristo. Possiamo riconoscere nella figura di Accattone (Franco Citti) una sorta di martire e Re delle borgate romane, che cerca di "sbarcare il lunario" come può, facendo prostituire le "sue donne".






Silvana Corsini nel ruolo di Maddalena






Adele Cambria nel ruolo di Nannina


Questa ricerca e tecnica che si sofferma al volto umano conferendogli  una grande importanza  è nota con il nome di fisiognomica, una disciplina pseudoscientifica che pretende di dedurre caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto umano. Il volto come "stato d'animo", ebbe un ruolo fondamentale nell'arte, per descrivere un atto o il carattere di un determinato personaggio rappresentato.



Leonardo Da Vinci, "Testa di uomo urlante" 1500-1505, 
Szépművészeti Múzeum, Budapest


"Farai delle figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell'animo: 
altrimenti la tua arte non sarà laudabile." - Leonardo da Vinci -