martedì 4 settembre 2012

Dassi o dessi? Stassi o stessi?

Dassi o dessi? Stassi o stessi?

Fonte: corriere.it

Giacomo Leopardi


Dessi e stessi, naturalmente. Sono le sole forme corrette del congiuntivo imperfetto di dare e stare. Eppure, non dev’esser stato sempre così chiaro se addirittura Giacomo Leopardi, in un giorno di malinconia, in una lettera si lasciò scappare: “Si sta in mezzo alla moltitudine... come si stasse in solitudine”. Orrore! Già, ma perché un grande della poesia può aver commesso un errore simile? Forse per influenza dialettale? È vero: ai tempi di Leopardi la lingua italiana parlata non era stabile nelle forme come lo è oggi, anzi, la lingua parlata era più spesso il dialetto, e nella lettera forse il nostro grande voleva usare un linguaggio più colloquiale. Ma questa giustificazione non ci basta, o meglio, non basta per un Leopardi. Facciamo qualche altra congettura. I verbi dare e stare sono della prima coniugazione (in are) ma sono irregolari. Le forme dassi e stassi possono essere nate per analogia con le forme corrispondenti dei verbi regolari: amare fa amassi; lodare fa lodassi eccetera. Questa sembra una ragione già più convincente. Resta il fatto che anche Leopardi si è fatto prendere in castagna.


giovedì 23 agosto 2012

La figura di Adelaide Antici, madre di Giacomo Leopardi

La figura di Adelaide Antici, madre di Giacomo Leopardi


   Un ritratto della marchesa 
Adelaide Antici Leopardi


Chi era Adelaide Antici?

«Era una fanciulla di bellezza severa, da gli occhi di zaffiro splendenti e intelligenti, benché velati da una pensosa malinconia; dai corti capelli ricciuti d'un castano chiaro tendente al biondo, da l'aspetto maestoso, che pareva accordarsi perfettamente al carattere del vetusto palazzo di cui diveniva signora; alta e con un portamento da regina, ella nelle graziose acconciature e nelle succinte vesti, di cui la moda era venuta allora da Parigi, nulla perdeva de l'austerità naturale; e il viso, soprattutto gli occhi e la fronte, restavano severamente assorti, come in un mesto pensiero, sotto i diffusi riccioli ornati da un filo di perle, da un nastro di velluto e da un capriccioso spennacchietto. Tale ci appare in una miniatura sopra una tabacchiera di Monaldo; nessun sorriso, nessuna mollezza nelle austere sembianze: non sembra una delle graziose, voluttuose donne del secolo passato, ma un'antica matrona travestita». [1]

La marchesa, Adelaide Antici, moglie di Monaldo Leopardi, e madre di Giacamo Leopardi, è stata una figura materna distante per l'intellettuale di Recanati. Per Giacomo e per gli altri fratelli (Carlo e Paolina), infatti, la marchesa è stata sempre una madre fredda, affettivamente distaccata, e opprimente. Aveva un modo tutto suo di occuparsi dei figli, leggendo la loro corrispondenza e osservando tutto quello che facevano: «lo sguardo di nostra madre ci accompagnava sempre, era l'unica sua carezza», ricorda il figlio Carlo, mentre la figlia Paolina scrisse di sentirsi oppressa da una madre che «gira per tutta la casa, si trova per tutto e a tutte le ore». 
Chi colmava le carenze affettive della madre, nell'abitazione recanatese, era Monaldo, che faceva sia le veci di padre che di madre appunto. Monaldo, dopo gli insuccessi economici (aveva perso molti scudi, per un precedente fidanzamento fallito, e per una errata speculazione sul commercio del grano), perde il ruolo vero e proprio di capofamiglia, lasciando la totale amministrazione dei beni di casa Leopardi, alla moglie, dedicandosi anima e corpo all'istruzione dei figli, soprattutto a quella di Giacomo. 
Improvvisatasi capofamiglia Adelaide Antici, risollevò magistralmente le sorti economiche della famiglia Leopardi, riportandola ai vecchi albori.

La marchesa non usciva mai di casa, la sua fortezza, casa Leopardi, era il mondo, e tutto ciò di cui necessitava una famiglia e un essere umano (secondo lei) si trovava lì dentro. Non usciva mai né voleva che estranei invadessero il suolo domestico, sia fisicamente, sia tramite rapporti epistolari, come già detto precedentemente, leggeva continuamente le corrispondenze che erano dirette ai figli. 
Neanche la sua fede incrollabile verso il Signore la faceva muovere di casa, non andava più a messa, e se provava ad allontarsi dalla sua dimora, aveva degli improvvisi mancamenti.
Discutibile e poco umano il rapporto con il figlio e con la sua malattia*, vedeva i mali di Giacomo, come quasi un segno divino, era contenta che i figli morissero, e doveva essere lieta che il figlio fosse "deforme" e rinunciasse completamente ai piaceri e alle gioie della giovinezza, perché le morti e le malattie dei figli erano un dono che lei faceva a Dio e che Dio ricambiava. 

Su questo pensiero distorto, infatti, lo stesso Giacomo scrisse di lei impietosamente: «Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non procurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù; se resistevano, se cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n'era indispettita, scemava quanto poteva nell'opinione sua i loro successi (tanto de' brutti quanto de' belli, perché n'ebbe molti) e non lasciava passare, anzi cercava studiosamente l'occasione di rinfacciar loro, e far loro ben conoscere i loro difetti, e le conseguenze che ne dovevano aspettare, e persuaderli della loro inevitabile miseria, con una veracità spietata e feroce. Sentiva i cattivi successi de' suoi figli in questo o simili particolari, con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli dell'anima, e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all'educazione de' figli, al produrli nel mondo, al collocarli [...] questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo ed era stata così ridotta dalla sola religione».  

Al contrario, Monaldo, si affliggeva e piangeva continuamente per le malattie dei figli e di Giacomo.

Adelaide Antici morirà nel 1857, precisamente venti anni dopo Giacomo e dieci dopo Monaldo. La figlia Paolina che subì molto questa figura materna opprimente, forse più degli altri, vivrà la morte della madre come una vera e propria liberazione.




* Giacomo Leopardi era affetto da tubercolosi ossea (o morbo di Pott), possedeva una vista precaria, aveva due gobbe, una nella parte anteriore e una nella parte posteriore del torace. La parte superiore del corpo era meno sviluppata rispetto a quella inferiore, era alto 1,41 cm.

[1] E. Boghen-Conigliani, La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi, Firenze, Barbera, 1898, pp. 3-4.

domenica 5 agosto 2012

Umberto Galimberti: Uomini e macchine, la vittoria è della tecnica

 

Umberto Galimberti: Uomini e macchine, 

la vittoria è della tecnica



Tratto da “la Repubblica”, 25 marzo 2008


                                                                     Umberto Galimberi


Era il 1968, gli anni della contestazione giovanile, e sulla facciata del liceo dove ero stato nominato commissario per gli esami di maturità c’era scritto: “Servire il popolo”. L’indomani, per tutta risposta, sotto quella scritta ne era comparsa un’altra: “Il popolo si serve da solo”. Non era finita lì, perché dopo qualche giorno comparve la scritta definitiva: “Self service”. Mai avrei pensato che questo sarebbe diventato il programma per gli anni a venire dove, neanche a cercarlo, trovi più nessuno che faccia qualcosa per te.
Se vai al supermercato gironzoli da solo a cercare i prodotti che ti servono senza che nessuno più ti rivolga la parola, se non la cassiera quando, un po’ seccata, ti dice il prezzo che non sei riuscito a leggere nella finestrella collegata al suo computer. Se vai alla stazione, per evitare le code, hanno disposto per te delle macchinette che, opportunamente digitate, ti rilasciano il biglietto che ti serve. Mi dicono che in alcuni aeroporti americani accade la stessa coda per i check-in.
Non parliamo poi dei servizi bancari, dove non hai più bisogno di incontrare un impiegato perché, o per via telematica o in quei loculi simili a confessionali, puoi effettuare versamenti o prelievi senza scambiare una parola con nessuno. Anche se vuoi bere un caffè, nero o macchiato, lungo o ristretto, basta che digiti le tue preferenze e la macchina fa tutto da sé.
Persino la benzina te la puoi fare da te, se vuoi risparmiare quello zero virgola che i distributori ti scontano se ti arrangi da solo.
L’inverno scorso ero a Londra e chiesi al portiere dell’albergo se mi poteva chiamare un taxi. Il portiere per tutta risposta mi piazzò davanti un telefono e, senza troppa cortesia, mi disse: “Help yourself”, “provvedi da te”.
Un po’ smarrito e pervaso da un senso di spaesamento mi sono chiesto: ma davvero è proprio finita la comunicazione tra gli uomini? Davvero non abbiamo più bisogno di nessuno? E nessuno è più disposto a fare qualcosa per noi? Sembra proprio di sì. Anche se la pubblicità ti descrive un mondo dove tutti sembrano pronti a soccorrerti e a soddisfare ogni tua più piccola esigenza: dal lavandino che vuoi iperlucido, agli yogurt che non ti fanno ingrassare, dai prodotti che risolvono i tuoi problemi di stitichezza, alle tariffe telefoniche sempre più convenienti, alle creme più diverse che ti consentono di accarezzarti da solo, dal momento che più nessuno ti accarezza.
Basta pagare. E poi tutto il mondo è ai tuoi piedi, per i tuoi bisogni necessari o superflui, per le tue esigenze reali o immaginarie.
Ma nessun gesto gratuito, nessuna gentilezza senza compenso, nessuna faccia umana che ti dica qualcosa anche di approssimativo. Solo o sempre più un video che ti dice cose precise se appena sai digitare e, in perfetta solitudine, puoi vendere o comprare, comunicare senza un interlocutore con nome e cognome, perfino fare sesso nella formula “help yourself”.
La tecnica ci fa risparmiare cose, tempi, attese, inserendoci in quei circuiti di perfetta efficienza e funzionalità, dove la ragione strumentale, quella delle macchine, regola il nostro modo di vivere senza doverci affidare al linguaggio umano, pieno di equivoci, di fraintendimenti, ma anche di quella sovrabbondanza discorsiva che certo non è funzionale al rapido raggiungimento dello scopo, ma che fa così bene all’anima, perché consente al dolore di diluirsi nella comunicazione, alla gioia di espandersi nella condivisione, alla noia di attenuarsi nell’incontro imprevisto, alla gratuità della conversazione di acquisire altri punti di vista capaci di schiodare i nostri problemi da quel vicolo cieco in cui la nostra solitudine li aveva cacciati.
Il mondo della vita sta esaurendosi e rattrappendosi nel mondo della tecnica. E la solitudine si espande diventando una solitudine di massa, dove persino i “buongiorno” e i “buonasera” che scambiamo con chi sale l’ascensore con noi non lasciano trasparire nessun vero interesse. Semplici password per sottrarsi all’imbarazzo del silenzio in questo anonimato di massa, dove nessuna parola viene sprecata e tanto meno si fa veicolo di un incontro vero.
E poi chiamano tutto questo “progresso”, mentre in realtà è impoverimento del linguaggio, il suo rattrappimento nella pura e semplice funzionalità, dove le macchine prendono il posto degli uomini e fanno per noi tutto quello che gli uomini non sanno più fare o non hanno più voglia di fare.
“Provvedi da te” è ormai il motto generalizzato. In fondo c’è sempre una macchina che ti può soccorrere, mentre gli uomini diventano ogni giorno di più inconvenienti da evitare, in quel deserto della comunicazione che non cessa di espandersi a detrimento del mondo della vita, che forse non conosce le risposte perfettamente funzionali della tecnica, ma certamente non ignora le parole che sanno toccare l’anima e farla sentire in ogni istante meno sola.

martedì 31 luglio 2012

Umberto Galimberti: Non siamo padroni di dire ti amo

 Umberto Galimberti: Non siamo padroni di dire ti amo
 Tratto da "la Repubblica", 30 agosto 2003

 Umberto Galimberti

«Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l' io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?» si domanda lo psicanalista americano Stephen Mitchell nel suo ultimo libro: L' amore può durare?. La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l' amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell' io, qualcosa di cui l' io può disporre. Per questo nessuno crede fino in fondo all' altro quando dice: «Io ti amo». Amore non è una faccenda dell' io. L' ultimo a ricordarcelo, in ordine di tempo, è stato Freud quando ha detto che «l' io non è padrone in casa propria», perché inconsce sono le forze che determinano quelle che l' io considera sue scelte. Prima di Freud queste cose le aveva dette Nietzsche, da cui Freud, su suggerimento del suo amico Georg Groddeck, preleva il termine Es. Non "io penso", ma "esso pensa". Che se l' io non è padrone dei suoi pensieri come può essere padrone dei suoi amori? Ma prima di Freud e prima di Nietzsche queste cose le aveva pensate Schopenhauer che Nietzsche considera suo "educatore" e Freud suo "precursore". Per Schopenhauer in ciascuno di noi confliggono due vite: quella della specie e quella dell' individuo, che proprio nelle vicende d' amore trovano la loro contaminazione. «Il soggetto del gran sogno della vita - scrive Schopenhauer - è in un certo senso uno soltanto: la volontà di vivere». Questa volontà, che è irrazionale perché non tende ad altro scopo se non alla propria perpetuazione, inganna i singoli individui con le lusinghe d' amore. Questi credono di essere i soggetti della loro vicenda erotica, in realtà sono solo strumenti che la specie utilizza per la propria conservazione. Non siamo noi i soggetti della nostra esperienza erotica, ma forze oscure e impersonali con cui la specie raggiunge i suoi scopi. Ma prima di Freud, prima di Nietzsche, prima di Schopenhauer, queste cose le aveva dette Platone che, nel Simposio, ci dà forse la lettura più profonda che in Occidente sia mai stata fatta sulle cose d' amore. Scrive Platone: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l' uno dall' altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. è allora evidente che l' anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Guardando «le cose d' amore» o, come dice il testo greco i ta aphrodisia, Platone ci chiede che cosa con esse l' anima riesce o non riesce a dire. E dove il dire si interrompe e la regola non basta a portare la parola a espressione si apre lo sfondo buio del presagio e dell' enigma. Amore appartiene all' enigma e l' enigma alla follia. Nell' edificare il cosmo della ragione, il solo che gli uomini possono abitare, Platone non chiude l' abisso della follia, ma lo riconosce come minaccia e dono, come sede di parole incontrollabili, come dimora degli dèi, perciò nel Fedro può dire: «I beni più grandi ci vengono dalla follia naturalmente data per dono divino». E ancora: «La follia dal Dio proveniente è assai più bella della saggezza d' origine umana». Ma chi sono gli dèi? Sono gli abitanti di quel mondo che sta prima dell' umana ragione e che offre alla ragione i contenuti da ordinare in una produzione compiuta di senso. Di questo mondo ha conoscenza Socrate, che non considera la ragione da lui inaugurata nella sola prospettiva dell' ordine a cui contribuisce. Sa infatti da quale caos l' ha evocata, da quale abisso l' ha chiamata fuori. Un giorno una donna ha insegnato a lui, che non sa niente, quell' unica cosa che sa: la scienza delle cose d' amore. «Vi assicuro che di nulla ho sapere, se non delle cose d' amore. Amore è un demone possente che sta tra gli uomini e gli dèi». Dunque non una vicenda tra uomini, ma tra l' umano e quello sfondo pre-umano abitato indifferentemente dagli animali e dagli dèi. Proiezioni antropologiche di istinti e pulsioni che l' io razionale «patisce» e perciò legge come «altro da sé». Gli dèi infatti sono dentro di noi e la loro follia ci abita. Per questo l' amore di cui parla Socrate non ha la forma di un sentimento umano, ma quella più inquietante della possessione (katokoché) di un dio. L' entusiasmo che genera, lungi dall' essere un sentimento di esuberanza o di particolare eccitazione, dice che l' uomo, in quella circostanza è abitato da un dio, ha dentro di sé un dio (en-theos), per cui non è l' io razionale a proferir parola, ma il dio che lo possiede. Quanto basta per farci capire che, in presenza di amore, l' io razionale subisce una dislocazione (atopia, dice Socrate in riferimento alla sua malattia) che dis-loca la nostra riflessione, e ci obbliga a pensare a partire da amore, e non dall' io che inaugura una storia d' amore. Amore, infatti, non è qualcosa di cui l' io dispone, ma semmai è qualcosa che dispone dell' io, qualcosa che lo incrina, che lo apre alla crisi, che lo toglie dal centro della sua egoità, dall' ordine delle sue connessioni per nessi di tutt' altro genere e forma e qualità. Per questo Socrate, a proposito delle cose d' amore, parla di possessione, di katokoché. Figlio di povertà (penia), «Amore - riferisce Socrate - non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì duro, ispido, scalzo, senza tetto; giace per terra sempre, e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l' aperto cielo, nelle vie e presso le porte. Insomma riferisce chiaramente la natura di sua madre, dimorando sempre insieme con povertà». Ma Amore è anche figlio di Poros, la via, il passaggio, il guado. E perciò concede alla follia che ci abita il suo transito. Questa, irrompendo nell' ordine dei significati che l' io razionale ha costruito per espellerla, produce quel controsenso che denuncia la maschera eretta sull' elusione della follia. E qui la direzione del discorso si lascia intuire: Amore non è godimento di corpi, Amore è molto di più. Occupando «il posto intermedio tra l' uno e l' altro estremo», Amore si fa interprete (ermeneuei) tra la ragione che l' uomo ha costruito e la follia che ancora lo abita. Non quindi un rapporto tra uomini come si è soliti credere, ma tra la parte razionale dell' uomo e la sua parte folle o divina. Ma che ne è dell' io e dell' altra parte di sé quando Amore li accoglie? Che ne è dell' uomo e del dio quando Amore li interpreta? Se Amore, come Socrate ce lo ha descritto, non è tanto un rapporto con l' altro, quanto una relazione con l' altra parte di noi stessi, quindi un cedimento dell' io per liberare in parte la follia che lo abita, Amore ha a che fare con quei limiti ontologici che sono per l' esistenza la nascita e la morte. Morte dell' io per dissoluzione dei suoi confini, sua rinascita in nuove configurazioni. Questa oscillazione, che ogni atto d' amore porta con sé, ha bisogno della presenza dell' altro come memoria della realtà che si lascia e come possibilità di ritorno dal mondo estraneo a cui ci si è concessi nella dissolvenza dell' io. L' avvinghiarsi al corpo dell' altro, prima di un contatto, è dunque una presa. Per il solo fatto di esserci accanto, l' altro ci concede di perderci nella nostra follia e di riprenderci. Assistendo al cedimento del nostro io, con la sua presenza, come la levatrice durante il parto, l' altro aiuta la nostra nascita. C' è infatti in Amore un' intenzione generativa, dice Socrate: «Porta fuori quel fondo nascosto di cui ciascuno è gravido ponendo fine alle doglie». Ma questo avviene dopo l' esperienza della morte (di cui l' orgasmo è la simulazione) che ci strappa dalla nostra ostinazione a veder durare quell' io che noi siamo. Se ci portiamo all' origine possiamo ricostruire le parole e le scene, rivedere il contrasto tra uomini e dèi, le ferite inferte e le cure concesse. «L' antica nostra natura non era la medesima di oggi» riferisce Platone. In principio gli uomini erano l' uno e l' altro (amphoteroi), la loro forma era circolare, il loro aspetto intero e rotondo, «non generavano per reciproca unione, ma per unione con la terra». Un giorno «Zeus, volendo castigare l' uomo senza distruggerlo lo tagliò in due». Da allora «ciascuno di noi è il simbolo di un uomo», la metà che cerca l' altra metà, il simbolo corrispondente. Per curare l' «antica ferita», Zeus, dopo averla inflitta, inviò Amore «fra gli dèi l' amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all' antica condizione. Cercando di far uno ciò che è due, Amore cerca di medicare l' umana natura». Da allora gli uomini si congiungono tra loro e così generano, non più per unione con la terra, ma per unione reciproca. Mediatore tra gli uomini e gli dèi, Amore interviene al limite dell' umano, laddove il fondo non-storico, da cui la nostra storia ha preso avvio, ancora ci possiede come follia rimossa. Chi tocca questa follia ci affascina e ci induce a quel progressivo cedimento di noi stessi che rende possibile la liberazione di quella follia di cui si contorna Amore, dove il senso gioca col non-senso e dove non si dà nuova parola se non liberando a ogni istante l' antica follia. Così Platone erge Amore a simbolo della condizione dell' uomo «a cui però non è concesso distogliere l' occhio dal proprio taglio». E questa è la ragione per cui Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta.

sabato 28 luglio 2012

Umberto Galimberti: I divoratori di psicofarmaci

Umberto Galimberti: I divoratori di psicofarmaci
Tratto da “la Repubblica”, 3 marzo 2003

Se il 53 per cento degli italiani soffre di disagio psichico per lo più a sfondo depressivo (34 per cento), se il 32 per cento assume psicofarmaci il cui consumo è aumentato del 60 per cento negli ultimi quattro anni, allora vuol dire che la società italiana sta molto male, al di là della rappresentazione gaia e felice che di essa ne fanno la pubblicità e la nostra spensierata televisione nei suoi programmi di intrattenimento.
Ma qual è l´origine del male? Già Freud nell´ultimo anno della sua vita scriveva che: "Per il primitivo è facile essere sano, mentre per l´uomo civilizzato è un compito difficile", ma attribuiva la difficoltà all´eccesso di regole che governano le società civili, e quindi iscriveva la depressione nel novero delle nevrosi, dove si registra il conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto di colpevolezza. Oggi, per effetto dell´americanizzazione della nostra cultura, le norme limitative non esistono più, per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel possibile e nel consentito.
Per effetto di questo slittamento oggi la depressione non si presenta più come un "conflitto", e quindi come una "nevrosi", ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell´impossibile. E quando l´orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: "Ho il diritto di compiere questa azione?", ma "sono in grado di compiere questa azione?".
Quel che è saltato nella nostra attuale società per l´influsso della cultura americana è il concetto di "limite". E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione. Tratti questi che entrano in collisione con l´immagine che la società richiede a ciascuno di noi. Di qui l´ingente richiesta dei nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l´insonnia e l´ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l´inibizione all´azione, il senso di fallimento e di scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi.
Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga. Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il "tutto è possibile" e il "tutto è permesso". Essi radicalizzano la figura dell´individuo sovrano, e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l´individuo si assegna.
Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato delle industrie farmaceutiche contro la depressione alimentano l´immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati dalla nostra cultura influenzata dal modello americano, accelera la corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali.
Ma a questo punto il rimedio farmacologico al blocco della depressione è peggiore del male, perché, mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società a cui fanno più comodo - e non è scoperta di oggi - robot de-emozionalizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita, e sulla fatica di vivere.

giovedì 26 luglio 2012

Alicia Martín: L'installazione con i libri

Alicia Martín: L'installazione con i libri


La passione per la lettura non colpisce tutti, si sa, ma quando fa breccia questo amore è eterno e immortale.
Con i libri ci si può fare di tutto, oltre a leggerli ed amarli (l'uso più comune), si possono collezionare, prestare, e regalare ad una persona cara con tanto di dedica nella prima o nell'ultima pagina. Certo, si può fare davvero di tutto con un libro, ad esempio anche una mega "cascata" di carta, che dalla facciata di un'abitazione comune scende e si rovescia nella strade e nel "via vai" cittadino. Sembra pazzesco lo so, un uso insolito e grottesco penserete, particolare per un oggetto come il libro, più che una pazzia è una vera e propria vocazione, questa, una sorta di comunicazione non verbale da parte dell'artista Alicia Martín.

 
                                L'artista Alicia Martín all'interno di una sua installazione

L'artista spagnola Alicia Martín, classe 1964, possiede una passione talmente smodata per i libri (quelli cartacei) e per la lettura, tanto da creare con essi delle sculture imponenti. L'artista madrilena crea installazioni usando libri, migliaia di libri, che applicandoli intorno ad una armatura o scheletro danno vita ad una magistrale "cascata cartacea", che partendo da una finestra o dalla facciata di un palazzo, si riversa in strada in tutta la sua "abbondanza culturale", catturando inevitabilmente l'attenzione di passanti e curiosi. Le location scelte da parte dell'artista spagnola sono le più variegate: parchi, palazzi d'epoca, palazzi comuni e marciapiedi. Il numero dei libri cambia a seconda delle installazione, per quella di Cordoba, ad esempio, che potete ammirare nell'immagine sottostante, sono stati utilizzati 5000 volumi.

                                “Biographies” (Cordoba) 2010 by Alicia Martin

Un effetto ottico che riempie decisamente gli occhi a chi si trova casualmente nei paragi, un effetto reso ancora più straordinario con l'aiuto del vendo, che rende il tutto vivo e dinamico, conferendo alla scultura e nello specifico ai libri, leggiadria a grazia.





In questo video potete ammirare 
la scultura "viva" di Alicia Martín



martedì 24 luglio 2012

Umberto Galimberti: Il tradimento perfetto

Umberto Galimberti: Il tradimento perfetto 
Tratto da "D - La Repubblica delle Donne", 22 maggio 2004


Umberto Galimberti


Se il tradimento non è solo un esercizio di sessualità a bassa definizione, io penso che abbia una sua dignità e soprattutto che non debba essere giudicato da figli adulti che, nel condannarlo, pensano di più alla loro quiete perduta che al percorso anche drammatico in cui chiunque di noi, a un certo punto della sua vita, può venirsi a trovare. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un'idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa infatti svincolarsi da un'appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: "Non sono come tu mi vuoi". C'è infatti in ogni amore, da quello dei genitori, dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti a quello delle idee e delle cause che abbiamo sposato, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all'interno di quel recinto che è la fedeltà che non dobbiamo tradire. Ma in ogni fedeltà che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c'è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d'ombra. Eppure senza questo profilo d'ombra, quella che puerilmente chiamano "fedeltà" è l'incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero "addio". E in ogni addio c'è lo stigma del tradimento e insieme dell'emancipazione. C'è il lato oscuro della fedeltà che però è anche ciò che le conferisce il suo significato e che la rende possibile. Fedeltà e tradimento devono infatti l'una all'altro la densità del loro essere che emancipa non solo il traditore ma anche il tradito, risvegliando l'un l'altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa impropriamente scambiata per "amore". Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita. Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di sé che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall'altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo della fedeltà, la sua identità era solo un dono dell'altro. Tradendolo l'altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà, forse perché la vita preferisce di più chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in un'area protetta dove il camuffamento dei nomi fa chiamare fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.